La Koninkljk Concertgebouworkest al Festspielhaus di Baden Baden

Continuano gli appuntamenti musicali di altissimo livello al Festspielhaus di Baden Baden, il cui cartellone è sicuramente uno dei più interessanti del panorama musicale tedesco, per quantità e qualità di proposte. Questa volta abbiamo avuto l' opportunità di ascoltare la Koninklijk Concertgebouworkest, formazione che da anni appartiene alla elite delle più grandi orchestre sinfoniche mondiali. Fondato nel 1895, il complesso ebbe intensi rapporti di collaborazione con Gustav Mahler, che grazie alla sua amicizia con Willem Mengelberg diresse regolarmente ad Amsterdam, e con Richaurd Strauss, che a Mengelberg e all' orchestra dedicò uno dei suoi capolavori, il poema sinfonico "Ein Heldenleben". Durante i suoi cinquant`anni di presenza come direttore stabile, Mengelberg portò l' orchestra di Amsterdam ad affermarsi come uno dei complessi sinfonici più prestigiosi del mondo, per l' altissima qualità del livello esecutivo, mantenuta anche dai suoi successori. Più di 1100 registrazioni audio e video effettuate con quasi tutti i direttori e solisti più affermati degli ultimi decenni documentano la straordinaria storia di questo formidabile complesso. Ascoltare dal vivo la Concertgebouworkest è davvero un' esperienza fenomenale. Una sezione archi eccezionale per compattezza e morbidezza di suono, fiati che per  flessibilità e varietà di tinte temono veramente pochissimi confronti al mondo, ottoni fantastici per squillo, penetrazione e timbro che richiama alla mente un colore di oro antico e una flessibilità e preparazione virtuosistica che rende l' orchestra capace di eccellere in tutto il repertorio concertistico, anche se il territorio d' elezione dei "Tulipani" rimane sempre il grande sinfonismo romantico, come è dimostrato dalle loro numerosissime incisioni dei capolavori di Brahms, Bruckner, Strauss e Mahler.
A Baden Baden, la Concertgebouworkest si è esibita sotto la direzione di Andris Nelsons, trentatreenne musicista lettone già assistente e allievo dell' attuale direttore stabile Mariss Jansons e considerato una delle bacchette emergenti del momento.
Avevo ascoltato il giovane direttore di Riga in alcune  recenti dirette televisive e radiofoniche di serate operistiche e l' impressione che ne avevo ricavato era quella di un musicista di buon istinto, ma con una personalità interpretativa ancora da approfondire. Dal vivo, avendo oltretutto a disposizione uno strumento orchestrale di questo livello, Nelsons dimostra senz' altro una buona sicurezza tecnica. Il gesto è poco bello da vedere e sembrerebbe anche abbastanza caotico, con una mimica che spesso fa pensare a una marionetta disarticolata, ma questo conta poco, se il direttore riesce lo stesso a trasmettere le sue idee all' orchestra. Nella Ouverture Fantasia "Romeo e Giulietta" di Tschaikowsky, posta in apertura di serata, la sua lettura si è caratterizzata per slancio ed intensità, anche se l' esposizione del tema d' amore mancava un po' di senso del fraseggio cantabile e la lettura complessiva del brano è apparsa poco approfondita. Fantastica comunque la prova dell' orchestra: il tema iniziale in fa diesis minore era davvero incredibile per morbidezza di sonorità e varietà di tinte, e la cavata degli archi nel tema degli amanti stupenda, per ricchezza di armonici e intensità di timbro.
A seguire, il programma proponeva il Quinto Concerto per pianoforte di Camille Saint Säens, quello conosciuto col nome di "L'  Égyptien", in quanto composto durante un soggiorno a Luxor.
Solista era Jean-Yves Thibaudet, oggi considerato come uno dei massimi interpreti del repertorio pianistico francese e qui autore di una prestazione eccellente per scioltezza tecnica, raffinatezza di timbro e perfetta padronanza dello stile. Splendida soprattutto la sezione conclusiva del secondo movimento, la cui timbrica quasi impressionistica è stata resa dal solista e dall' orchestra con una bellissimo gioco di sfumature e di colori.
Magnifico anche il Finale, in cui Thibaudet ha avuto modo di mettere in mostra tutta l' efficacia della sua tecnica e l' eleganza del suo fraseggio, ottimamente assistito da Nelsons, qui molto notevole nell' assecondare e dialogare con lo strumento solista.
Le cose migliori, comunque, il giovane maestro di Riga le ha fatte ascoltare nella seconda parte dove ha affrontato la suite "Petruschka" di Strawinsky (qui eseguita nella versione del 1947), autore evidentemente a lui molto più congeniale. Qui Nelsons si è dimostrato interprete assi lucido ed efficace nel dipanare la complessa struttura ritmica della partitura e la paletta di colori e dinamiche richiesti dall' autore, trovando un tono complessivo assai ben delineato nella narrazione d' insieme e di ottima comunicativa. Da lodare ancora le impressionanti capacità strumentali della Concertgebouworkest, in un brano che sollecita al massimo le qualità tecniche di un' orchestra, irto di difficoltà superate con una disinvoltura  addirittura irrisoria dal complesso olandese. Una vera festa di ritmi e colori, di una bellezza e varietà che pochissime volte è dato di ascoltare in concerto. Teatro stranamente non pienissimo, ma successo trionfale per tutti gli interpreti.

Andrey Boreyko e Frank Peter Zimmermann con la Radiosymphonieorchester Stuttgart

A. Boreyko

Il direttore russo Andrey Boreyko è tornato sul podio della Radiosymphonieorchester Stuttgart des SWR per il terzo concerto della stagione sinfonica alla Liederhalle. Il musicista di St. Petersburg lavora regolarmente da qualche anno con il complesso in qualità di direttore ospite principale, e in questa occasione ha proseguito il progetto dell' integrale delle Sinfonie di Dimitri Shostakovich, che rappresenta il punto centrale del suo lavoro con l' orchestra di Stuttgart. Insieme a lui in questa occasione Frank Peter Zimmermann, uno dei violinisti più affermati del panorama concertistico internazionale, anche lui più volte presente nei cartelloni della Radiosymphonie Orchester Stuttgart.
Il programma iniziava con l' Ouverture "Hermann und Dorothea" op. 136 di Robert Schumann, un lavoro del 1851 che trae ispirazione dal poema omonimo di Wolfgang Goethe, uno dei capolavoro della letteratura tedesca, ambientato durante la Rivoluzione Francese, descritta dal musicista con il tema della "Marsellaise" che fa da contrasto a quelli che descrivono i due protagonisti. Assai buona l' esecuzione datane da Boreyko e dall' orchestra, con fraseggi ben modellati e lucidità di esposizione.
A seguire, ancora una pagina della letteratura violinistica contemporanea, dopo il Concerto di Magnus Lindberg eseguito nella serata inaugurale della stagione.
Questa volta abbiamo ascoltato "The Lost Art of Letter Writing", composizione per violino e orchestra di Brett Dean, dedicata a Frank Peter Zimmermann che ne è stato il primo esecutore, a Köln nel 2007.
Brett Dean, australiano nativo di Brisbane, ha iniziato la sua carriera come violista e dal 1985 al 2000 è stato membro dei Berliner Philharmoniker. Da undici anni ha deciso di dedicarsi completamente alla composizione, attività in cui si era già segnalato durante gli anni Novanta, con alcuni lavori insigniti di prestigiosi riconoscimenti internazionali, come ad esempio "Ariel Music" per clarinetto e orchestra, brano del 1995 premiato dall' UNESCO International Rostrum of Composers. Suoi lavori sono stati eseguiti in grandi rassegne internazionali come il Lucerne Festival e da bacchette di prestigio come Sir Simon Rattle, che nel 2008 ha diretto la prima esecuzione assoluta del ciclo "Songs of Joy" per baritono e orchestra, a Philadelphia.
Lo stile di Brett Dean si caratterizza per una struttura ritmica complessa, con un impiego assai elaborato delle percussioni, e una ricerca di tinte sinfoniche marcate e contrastanti, oltre che per un accentuato virtuosismo strumentale. Il compositore australiano trae spesso la sua ispirazione da fatti extramusicali, come appunto nel caso di questo Concerto violinistico, strutturato in quattro movimenti, tutti traenti origine da citazioni di lettere famose. Il primo tempo è dedicato a un brano da una lettera di Brahms a Clara Schumann del 1854, descritta tramite un' ampia e insistita citazione del movimento lento della Quarta Sinfonia. Il lirico e ampio Adagio che segue è ispirato a una lettera di Van Gogh del 1882, mentre il breve terzo movimento prende le mosse da una lettera di Hugo Wolf del 1886, già utilizzata da Dean come testo in un brano del suo ciclo "Wolf-Lieder" per soprano ed ensemble cameristico. L' ampio e ritmicamente assai complesso movimento finale si ispira a una lettera del celebre fuorilegge australiano Ned Kelly, il cui tono di ribellione è descritto tramite un ossessivo moto perpetuo e complessi passaggi di virtuosismo strumentale.
Un lavoro molto interessante all' ascolto e di chiara e ben articolata costruzione sinfonica, la cui complessa e impegnativa parte solistica ha offerto a Frank Peter Zimmermann l' opportunità di esibire numeri virtuosistici di alta scuola. Una prova di altissimo livello, salutata da una vera ovazione di pubblico.
Nella seconda parte, Andrey Boreyko ha diretto la Sinfonia N° 6 op. 54 di Shostakovich. Dopo il trionfale successo della Quinta, lavoro che culmina in un orgiastico Finale, la Sesta inizia con un lungo Adagio dai colori lividi e dall' atmosfera a tratti quasi catatonica, quasi un panorama di attonito silenzio dopo una catastrofe. Superba la resa datane in questa occasione dagli archi della Radiosymphonieorchester, con un' ampiezza di cavata e uno stupendo legato strumentale, a evidenziare perfettamente il fraseggio ampio ed epico richiesto da Boreyko.
I due movimenti successivi, che insieme non arrivano a raggiungere la durata del primo, sono caratterizzati da un caleidoscopio di ritmi e sonorità contrastanti. La tavolozza timbrica dell' orchestra si arricchisce, così come il trattamento tematico risulta più vario ed elaborato rispetto a quello per blocchi del primo movimento. Riappare una vena comico-dissacrante propria del primo irriverente Sostakovic, ed i modelli questa volta sono senza dubbio Prokof ev e Stravinskij, ma colore e ritmo non vogliono automaticamente dire allegria.
Nel terzo movimento, Presto, in forma di rondò, il grottesco diventa delirio e dileggio. Ancora Prokof'ev, ma anche Offenbach, Rossini, ed alla fine, Gershwin. Il dialogo tra le famiglie orchestrali si fa sempre più ricco, così come la richiesta di forza totale dell' intera orchestra per inebriare, stordire l'ascoltatore, forse per nascondergli quella continua vena di dolorosa malinconia che anche qui, a squarci, appare nelle trame di un fitto tessuto ritmico e melodico.
Perfetta la lettura orchestrale di Boreyko, interprete che possiede una profonda affinità con questo repertorio e ne padroneggia meravigliosamente tutti i risvolti e le sfumature espressive. Magnifica anche qui la prova dell' orchestra, che ha messo in mostra tutte le sue qualità virtuosistiche. Grande successo finale.

Prokofiev e Bruckner con la Radio-Sinfonieorchester Stuttgart

Il secondo appuntamento con la stagione sinfonica della Radio-Sinfonieorchester Stuttgart des SWR ha avuto i suoi principali motivi di interesse nella presenza del violoncellista berlinese Alban Gerhardt, uno dei concertisti più affermati della giovane generazione, e di Thomas Dausgaard, direttore musicale della DR SymfoniOrkestret di Copenhagen, ospite regolare delle maggiori orchestre mondiali e da anni presente nelle stagioni sinfoniche della RSO Stuttgart.
Nella prima parte del programma, abbiamo ascoltato la Sinfonia Concertante op. 125 in mi minore di Sergej Prokofiev, un lavoro che rappresenta la revisione del Concerto per violoncello op. 58, scritto nel 1938 per  Lev Berezovskij. La prima esecuzione del lavoro fu un insuccesso dovuto sia alla cattiva prestazione del solista che alle manchevolezze strutturali della partitura. Dopo aver ascoltato suonare il giovane Mstislav Rostropovich, destinato a diventare uno dei maggiori violoncellisti della storia, Prokofiev decise di mettere mano a una profonda revisione del lavoro, con la fattiva collaborazione del giovane virtuoso, durante la quale si sviluppò anche uno stretto rapporto di amicizia personale tra i due artisti. La prima esecuzione del brano nella sua nuova stesura avvenne  a Mosca il 18 febbraio 1952. Sul podio c' era un altro grande amico del compositore, il celebre pianista Sviatoslav Richter, che per la prima e unica volta nella sua vita impugnò la bacchetta di direttore, e naturalmente il solista fu Rostropovich, a cui Prokofiev dedicò la nuova versione della partitura. Il lavoro comune con un virtuoso della statura di "Slava" portò il compositore a sviluppare la parte solistica con numerosi passaggi di virtuosismo altamente spettacolare, che richiedono la presenza di uno strumentista di altissimo livello. Interpretare la Sinfonia Concertante di Prokofiev richiede bravura, musicalità e intelligenza interpretativa.
Alban Gerhardt, quarantaduenne violoncellista berlinese, dopo il suo trionfale debutto come solista con i Berliner Philharmoniker all' età di  21 anni. si è rapidamente affemato come uno degli esecutori più prestigiosi della nostra epoca, lavorando con tutte le maggiori orchestre e istituzioni concertistiche mondiali. Le sue numerose incisioni hanno ottenuto importanti riconoscimenti, tra i quali, per tre volte, il prestigioso "ECHO Klassik".
La sua interpretazione del lavoro di Prokofiev è stata assolutamente elettrizzante, la sua "cavata", sorprendente e suggestiva ha connotato con esattezza la cantabilità alla russa ed il suo virtuosismo ha reso con scioltezza gli artifici quasi paganiniani di una polifonia piena di inventiva e di imprevedibili risorse. Ottima la direzione di Dausgaard, attentissimo ad assecondare il solista e perfettamente in grado di paroneggiare la complessa architettura sinfonica della partitura.
Nella seconda parte, Thomas Dausgaard ha diretto la Seconda Sinfonia di Anton Bruckner, un lavoro di non frequentissima esecuzione, fatto dovuto anche a diversi problemi legati alla mancanza di una revisione critica definitiva delle tre edizioni che l' autore ne ha lasciato. In questa occasione il direttore ha scelto la versione 1877 nella revisione di Robert Haas, pubblicata nel 1938.
Nell' ambito del corpus sinfonico bruckneriano, il lavoro si contraddistingue per una decisa evoluzione stilistica. Lo struggente primo tema, enunciato in modo eloquente dai violoncelli nel registro acuto, è, da questo punto di vista, in tutto tipico del genio di Bruckner: il ritmo, l' armonia e la lunghezza variabile delle frasi contribuiscono insieme a dare l' avvio un esteso sviluppo di serrato e severo splendore sinfonico, durante il quale itemi vengono trattati in nuovi registri e in nuove tonalità, con uno humour secco e impassibile.
Il secondo movimento è uno dei primi esempi compiuti della speciale abilità di Bruckner nel raccogliere le forze intorno a momenti culminanti che sono tanto estatici quanto splendidi. Nel principale di essi, i violini creano un trasparente velo di suono attraverso il quale si sentono espandersi maestosamente legni e ottoni. È una pagina che presenta parecchi problemi di realizzazione, che richiedono una bacchetta dotata di requisiti tecnici di prim' ordine.
Lo Scherzo è ammirevole per la fantasia nell' uso dei colori strumentali e il Finale si caratterizza per l' atmosfera di impetuosa energia culminante in una Coda assolutamente avvincente.
È sempre un vero piacere sentire Bruckner suonato dalle orchestre tedesche, soprattutto da un complesso di alta qualità come la RSO Stuttgart. Oltre a superare senza la minima difficoltà i passi più impegnativi dal punto di vista tecnico, un' orchestra come questa ha la capacità di trovare immediatamente il giusto suono, il colore complessivo adatto per la musica di Bruckner. Una consonanza espressiva derivante da una istintiva affinità con questa musica. Perfetto tutto il settore degli ottoni, che è sempre impegnato a fondo in partiture di questo genere, per esattezza di intonazione, ricchezza di colori e squillo. Da manuale, come sempre, la compattezza e la cavata della sezione degli archi, una delle migliori nel panorama delle orchestre sinfoniche tedesche.
Thomas Dausgaard, che da anni è ospite regolare delle stagioni sinfoniche della RSO alla Liederhalle, ha diretto con equilibrio e lucidità di visione complessiva, risolvendo perfettamente tutti i problemi tecnici che la partitura presenta e dando il tono appropriato allo slancio sinfonico culminante nel movimento finale.
Una bellissima serata di musica, salutata da un convinto successo di pubblico.

Sena Jurinac compie 90 anni

Il soprano Sena Jurinac, una delle voci più amate dal pubblico internazionale e una degli artisti che diedero vita alla rinascita della Wiener Staatsoper dopo la seconda guerra mondiale, festeggia in questi giorni il suo novantesimo compleanno.
Figlia di un medico militare croato e di una viennese, Srebrenka Jurinac (questo il suo vero nome) studiò il canto all`Accademia di Musica di Zagreb con Mila Kostrencic, che fu insegnante anche di Zinka Milanov. Nel 1942 debuttò, nel ruolo di Mimì, al Teatro Nazionale di Zagreb. Due anni dopo fu scritturata da Karl Böhm per la Wiener Staatsoper. Fu il segretario del direttore d' orchestra a suggerirle di cambiare il suo nome originale, che sarebbe stato difficile da pronunciare per gli austriaci. Da allora, la Jurinac sarebbe sempre stata, per i viennesi, semplicemente "Die Sena". Il primo ruolo da lei cantato sulle scene viennesi fu quello di Cherubino. Nel suo primo anno di attività alla Staatsoper prese parte a più di 150 recite e divenne immediatamente una delle cantanti più amate dal pubblico della capitale austriaca, inserendosi velocemente tra gli elementi fondamentali di quello che venne chiamato il Wiener Ensemble, insieme a Irmgard Seefried, Elisabeth Schwarzkopf, Christa Ludwig, Lisa Della Casa, Anton Dermota, Erich Kunz, Paul Schöffler, Walter Berry, Josef Greindl e Otto Edelmann.
Nell' autunno del 1946 la Jurinac debuttava al Covent Garden. Nel 1947 esordiva al Salzburger Festspiele e l' anno successivo alla Scala, sempre nel ruolo di Cherubino, con i complessi della Wiener Staatsoper sotto la direzione di Herbert von Karajan, un musicista con cui la cantante strinse immediatamente un stretto rapporto di collaborazione. Nel 1950 il soprano faceva la sua prima apparizione al Festival di Glyndebourne dove, sotto la guida di Frutz Busch, divenne immediatamente l' interprete mozartiana di riferimento nei ruoli di Ilia, Fiordiligi, Cherubino, la Contessa, Donna Anna e Donna Elvira.

Nel 1955 l' Austria festeggió la definitiva partenza delle forze alleate di occupazione e la riapertura della Staatsoper ricostruita, con una serie di nuove produzioni in cui il Wiener Ensemble diede una prova straordinaria di classe interpretativa. La Jurinac riscosse un trionfo personale come Donna Elvira accanto a George London, Lisa Della Casa, Anton Dermota, Erich Kunz, Irmgard Seefried e Walter Berry, sotto la direzione di Karl Böhm.
Mentre la sua carriera internazionale come interprete mozartiana e straussiana proseguiva con trionfi ininterrotti in tutti i principali teatri del mondo, Sena Jurinac approfondiva anche il repertorio italiano sotto la guida di Karajan, che nel 1958 la scelse come protagonista delle sue nuove produzioni di Otello e Don Carlo alla Staatsoper e a Salzburg. Un altro ruolo verdiano affrontato con successo fu quello di Leonora nella Forza del Destino, mentre la cantante rifiutò sempre di cantare in teatro la parte di Aida, nonostante ne avesse inciso le arie aggli inizi degli anni Cinquanta. Durante gli anni della direzione artistica di Karajan a Vienna, la Jurinac riscosse grandi consensi anche in Tosca e Madama Butterfly, oltre che in Jenufa, Ifigenia, Poppea, Marie nel Wozzeck, Elisabeth nel Tannhäuser , Marzelline e Leonore nel Fidelio, eseguito anche a Salzburg e alla Scala con Karajan e, nel 1961, al Covent Garden con Otto Klemperer. Un altro ruolo in cui ottenne grandi acclamazioni di pubblico e critica fu quello di Marina nel Boris Godunov salisburghese del 1965, una delle più straordinarie produzioni di Karajan.
Nel 1960 Sena Jurinac interpretava Oktavian nel Rosenkavalier accanto alla Schwarzkopf e ad Anneliese Rothenberger, altra beniamina dei pubblici di lingua tedesca, nella serata inaugurale del nuovo Großes Festspielhaus progettato dall' architetto Clemens Holzmeister. Di questa produzione, diretta da Herbert von Karajan e messa in scena da Rudolf Hartmann, fu realizzata una registrazione video.

Uno spettacolo che divenne una leggenda, in cui l' inimitabile splendore sonoro dell' orchestra di Karajan, capace di dispiegare una paletta di colori infinita e di una qualità timbrica abbagliante, fornisce un meraviglioso quadro ambientale a voci di uno splendore inimitabile. Una delle più grandi esecuzioni in assoluto del capolavoro straussiano, destinata a rimanere un modello e un punto di riferimento per tutti quelli che hanno affrontato l' opera in seguito. Il meraviglioso Oktavian della Jurinac, splendente di giovinezza timbrica e mirabile nelle sfumature di fraseggio, supera a mio avviso anche la mitica interpretazione di Christa Ludwig nell' incisione londinese registrata da Karajan quattro anni prima per la EMI.
Del resto, riascoltata nelle registrazioni, la voce di Sena Jurinac si impone ancora oggi per la perfetta proiezione e una tecnica impeccabile che rende la voce salda, sonora e fermissima. Il timbro di qualità preziosa e la morbidezza, il gusto esemplare del fraseggio unito alla scrupolosa perfezione dell' accento, pongono di diritto la cantante croata nel novero delle più grandi artiste mai apparse sulla scena nell' epoca moderna.
Ascoltate questa strepitosa esecuzione dell' aria "Pace mio Dio", una registrazione live del 1955 da una recita a Glyndebourne.

Le sfumature di dizione e la capacità di mettere in rilievo il significato del testo sono straordinarie, soprattutto in una cantante non italiana. Stupendo è il tono di malinconico riserbo espressivo, esemplare il legato e il controllo tecnico delle note gravi, semplicemente sbalorditivo il morbidissimo si bemolle smorzato su "Invan la pace". Vocalmente parlando, una vera lezione. Voce controllatissima grazie a un perfetto appoggio, secondo i dettami della tecnica classica. Non un suono che sia sbagliato. Ma è una perfezione che non diventa mai accademismo, al contrario è usata per costruire un' interpretazione varia, ricercata e assolutamente priva del minimo effetto plateale o gratuito. Lo stesso tono di fascinosa melanconia caratterizza l' interpretazione di Elisabetta di Valois, nella registrazione dal vivo dello spettacolo diretto da Karajan a Salzburg nel 1958. Ma, da fraseggiatrice di classe superiore, la Jurinac non dimentica mai l' autorità regale che deve essere una delle caratteristiche fondamentali del personaggio. Dal punto di vista vocale, le arcate sonore e la varietà di colori messe in mostra in "Tu che le vanità" appartengono ai massimi esiti mai raggiunti da un soprano in questa parte.

La Jurinac diede l' addio alle scene nel 1982, in quella Staatsoper dove il pubblico l' aveva per trentasei anni eletta a sua beniamina, e il teatro le aveva concesso le onorificenze più prestigiose come la Mozart Medaille e il titolo di Kammersängerin. L' ultimo ruolo da lei interpretato sulla scena fu quello della Marschallin. Dopo il ritiro, la cantante ha intrapreso un' intensa attività didattica, e dalla sua scuola sono usciti artisti che hanno avuto carriere importanti, come Christine Schäfer, Bo Skhovus, Gillian Crichton e, soprattutto, Piotr Beczala.
Oggi Sena Jurinac-Lederle (cognome mutato dopo il suo secondo matrimonio con il medico austriaco Josef Lederle;il suo primo marito fu Sesto Bruscantini) vive a Neusaß, piccola città bavarese nelle vicinanze di Augsburg e non ha assolutamente perduto la lucidità di giudizio e il temperamento, come si può facilmente capire leggendo questa recente intervista.
I nostri migliori auguri a un' artista di classe cristallina, una delle migliori voci del suo tempo e ancora oggi un esempio da studiare attraverso le numerose testimonianze registrate della sua arte.
Herzlichen Glückwunsch, Frau Jurinac!

Ann Hallenberg

L' opera barocca, al giorno d' oggi, incontra un interesse sempre più crescente da parte degli appassionati. Questo anche per merito del lavoro di ricerca e documentazione sulle fonti originali svolto, a partire da una quarantina di anni fa, da numerosi musicisti e studiosi. Il recupero e lo studio delle antiche prassi esecutive hanno portato a risultati interpretativi spesso interessanti nel campo strumentale ma, per quanto riguarda la vocalità, la mia impressione è che siamo tuttora ben lontani da una corretta resa tecnica e stilistica. Soprattutto negli ultimi anni, abbiamo assistito all' affermarsi di criteri parafilologici totalmente campati in aria. Mi riferisco allo stile reso famoso dalle varie Bartoli, Kermes e Genaux, che si basa sulla voce piantata nella gola, sulle agilità sputate più che emesse e sulla deliberata ignoranza dell' immascheramento e della ricerca dei giusti punti di risonanza, in nome di criteri filologici non meglio precisati e completamente privi di basi storiche, visto che i cultori di questa cosiddetta "vocalità barocca" non riescono assolutamente a citare fonti attendibili a comprova delle loro asserzioni. In questo modo, la voce diviene fissa, stridula e priva di espansione e le agilità si possono eseguire solo aspirando e marcando le note, con un effetto che a volte ricalca in modo esilarante il gorgoglìo di una pentola di fagioli. A questo dobbiamo aggiungere tutta quelle serie di smorfie e lazzi da cabaret di terz' ordine che, nell' intenzione delle suddette signore, dovrebbero significare immedesimazione espressiva e pathos, e invece risultano solamente caricaturali e totalmente in contrasto con il carattere di una musica che, nelle intenzioni degli autori, è programmaticamente basata sull' esaltazione della bellezza vocale e dell' astrazione, e rifugge dalla benchè minima contaminazione con atmosfere  di tipo realistico. Le caricature in stile tra il paraverista e l' espressionistico, tipiche delle cantanti sopra citate e dei loro epigoni, stravolgono totalmente il carattere dell' operismo barocco, spesso con il contributo di complessi strumentali dalle sonorità aspre, gessose e fisse, e di direttori che staccano tempi ai limiti della frenesia, sulla cui correttezza filologica, oltretutto, ci sarebbe parecchio da eccepire.
Tutto questo, naturalmente, viene propagandato urbi et orbi come l' unico e definitivo modo di interpretare il melodramma barocco, come sempre con il decisivo contributo di agenzie, stampa superficiale e asservita, siti web compiacenti e mainstream mediatico, tutti seguaci del volterriano Pangloss e delle sue teorie sul vivere nel migliore dei mondi possibili. Eppure esistono anche oggi cantanti in grado di eseguire questo repertorio con vera voce e tecnica. Solo che bisogna andarseli a cercare con un po´di attenzione, in mezzo ai divi di cartapesta che monopolizzano il mercato teatrale e discografico. 
Tempo fa, con l' aiuto di You Tube, mi ero imbattuto in Karina Gauvin,  una cantante che aveva attirato la mia attenzione proprio per un metodo di canto che, sia pure non esente da imperfezioni, era davvero la totale antitesi dei criteri pseudo – filologici adottati dalla Bartoli, dalla Kermes e da coloro che seguono il loro modello.
Oggi, sempre cercando in internet, mi è capitato di scoprire il mezzosoprano svedese Ann Hellenberg, un nome che già da un po´di tempo circola tra gli appassionati dal gusto più evoluto. Anche in questo caso, si è trattato di una scoperta molto interessante, un´artista davvero in possesso di qualità pregevoli.
Ascoltiamo questa esecuzione dell' aria "Transit aetas", dall' oratorio Juditha Triumphans di Vivaldi

Ecco la concreta esemplificazione di quello che io intendo per vocalità corretta. La voce suona libera, con un colore scuro del tutto naturale e non scurito artificiosamente, le agilità sono eseguite in maniera netta e fluida e i suoni sono ottimamente appoggiati, anche se si percepisce qualche lievissima forzatura nell' ottava inferiore.
Sentite come la Hallenberg, per la giustezza della sua emissione, riesce a rendere significativa ed elettrizzante la coloratura virtuosistica dell' aria  di Ruggiero "Sta nell' ircana pietrosa tana" dall' Alcina di Händel.

Questa è la vera spettacolarità virtuosistica che caratterizza la vocalità barocca, con la voce che riesce a creare un vero gioco di effetti di bravura in gara con l' accompagnamento strumentale, senza forzature di tipo realistico che qui suonerebbero assolutamente fuori posto.
Ann Hallenberg proviene da una famiglia di musicisti e ha studiato in patria con Kerstin Meyer, mezzosoprano svedese che ebbe una carriera importante come interprete wagneriana e straussiana, ed è regolarmente impegnata nei teatri di tutto il mondo, oltre ad aver preso parte a diverse incisioni discografiche di opere vivaldiane e händeliane.
Questa estate, la Hallenberg ha riscosso un grande successo a livello internazionale con una serie di recital dedicati ad arie scritte per il leggendario Farinelli, insieme al complesso Les Talents Lyriques diretto da Cristophe Rousset, uno dei quali è stato anche trasmesso in diretta televisiva.
Le arie scritte per Farinelli sono tra le più impegnative della letteratura vocale di tutti i tempi, dal punto di vista tecnico e richiedono al cantante che decide di affrontarle una preparazione vocale di livello elevatissimo .
Ascoltate quest´altro ottimo saggio di virtuosimo e di canto legato, davvero di pregevole scuola, che la Hallenberg sfoggia nella celebre aria "Son qual nave che agitata" di Riccardo Broschi e nella successiva "In braccio a mille furie" di Nicola Porpora.

Anche qui possiamo notare la compostezza espressiva, la morbidezza del timbro, carico di screziature messe in evidenza da una tecnica di emissione sicuramente rifinita, la levigatezza e fluidità dell' ornamentazione, la disinvoltura e la sicurezza nel padroneggiare i passi di virtuosismo più impegnativo.
Anche in mancanza di un ascolto dal vivo, si può intuire agevolmente che la voce non dovrebbe avere alcun problema di proiezione o espansione in sala. Davvero lodevole inoltre l' eleganza e discrezione espressiva del fraseggio della Hallenberg, che non carica mai le tinte e non esagera nell' accentazione e in questo modo risulta stilisticamente impeccabile.
In sintesi, una cantante da tenere d' occhio e l' ennesima conferma di una teoria che io sostengo da tempo: i bravi cantanti esistono anche oggi, solo che bisogna andarseli a cercare con un po' di pazienza, nei teatri e per mezzo del web, in quanto le agenzie e le direzioni artistiche da esse manovrate tendono a imporre i divi di cartapesta, idoli delle riviste chic e del giornalismo acritico e propagandistico.
Come ho già detto altre volte, chi si rifugia nelle accuse di passatismo e arretratezza di gusto di fronte all' evidenziazione delle lacune professionali di quasi tutti i sullodati divi da copertina, viene decisamente sbugiardato ogni volta che ci capita, in teatro o in disco, di imbatterci in artiste come la Hallenberg, le quali dimostrano che la tradizione del canto di scuola non si è assolutamente estinta, a dispetto degli sforzi di coloro che magari lo vorrebbero.

Claudio Abbado e la Lucerne Festival Orchestra al Festspielhaus di Baden Baden

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                                                                                                                            (Foto: Stefanie Schweigert)

Il cartellone del Festspielhaus di Baden Baden propone  anche quest' anno una serie di appuntamenti di altissimo livello qualitativo. Nei prossimi mesi, lo splendido teatro progettato dall' architetto viennese Wilhelm Holzbauer (ideatore della Amsterdam Oper e allievo di Clemens Holzmeister, lo storico autore del progetto del Großes Festspielhaus di Salzburg) ospiterà, tra gli altri, complessi come la Concertgebouworkest, i Wiener Philharmoniker, l´Orchestra del Teatro Marinskij di San Pietroburgo e, tra i solisti, Maurizio Pollini, Anne Sophie Mutter, Nigel Kennedy, Albrecht Mayer, Lang Lang, Mischa Maisky. In cartellone tre nuove produzioni operistiche: a febbraio Ariadne auf Naxos, protagonista Renée Fleming sotto la direzione di Christian Thieleman, che prosegue il suo progetto dedicato alla opere di Strauss; a maggio, L' Elisir d' Amore, con Rolando Villazon interprete principale e regista, e a luglio Boris Godunov in un nuovo allestimento del Teatro Marinskij, con Valery Gergiev sul podio e la regia di Graham Vick.
Una stagione che, per qualità e ampiezza di proposte, ha davvero pochi paragoni nel panorama musicale tedesco.
A iniziare questa splendida serie di appuntamenti, il trionfale ritorno a Baden Baden di Claudio Abbado, che qui aveva presentato negli anni passati le sue produzioni di Zauberflöte e Fidelio. Questa volta, il direttore milanese ha presentato al pubblico del Festspielhaus la Lucerne Festival Orchestra, il complesso da lui fondato nel 2003  riprendendo l' idea concepita nel 1938 da Arturo Toscanini. Una formazione che ha riscosso consensi entusiastici dovunque si è esibita, per l' altissimo livello qualitativo che la contraddistingue.
Ogni anno, dopo i concerti estivi, l ' orchestra è impegnata in una tournée autunnale, che in questo caso, dopo Baden Baden, prevede serate a Londra e Parigi.
Cosa dire, di questo formidabile complesso, che altri non abbiano già detto? La cosa che colpisce maggiormente, nella Lucerne Festival Orchestra, è la sua capacità di comportarsi come un gigantesco complesso da camera, realizzando una varietà di tinte sonore e dinamiche pressochè impossibili per qualsiasi altra orchestra, incluse le formazioni sinfoniche più celebrate come i Wiener o i Berliner Philharmoniker. Elementi di altissime capacità individuali che riescono veramente ad ascoltarsi l' un l' altro mentre fanno musica e a realizzare un suono che per bellezza, amalgama e precisione complessiva pone davvero la Lucerne Festival Orchestra ai vertici assoluti del panorama sinfonico mondiale.
Abbado sfrutta le possibilità infinite offerte da questo fantastico strumento per portare avanti un' indagine sonora capillare, lavorando di cesello sui colori e i timbri orchestrali. La Sinfonia Haffner, eseguita nella prima parte del programma, è stata realizzata con un' eleganza e una raffinatezza di fraseggio veramente da manuale. Abbado, negli ultimi anni, ha completamente ripensato e rimeditato le sue interpretazioni mozartiane, cercando la massima fluidità di esposizione unita a un controllo veramente millimetrico delle dinamiche. Splendido, per l' eleganza della condotta complessiva, il secondo movimento, staccato a un tempo lievemente più veloce del consueto e fraseggiato con straordinaria espressività e senso del canto. Una interpretazione di nitidezza cameristica, dalle dinamiche sfumate e variate in maniera caleidoscopica.
Nella seconda parte, Abbado e l' orchestra presentavano la Quinta Sinfonia di Bruckner, autore che, insieme a Mahler, costituisce il perno centrale della programmazione da loro proposta in questi ultimi anni nei cartelloni del Lucerne Festival.
A costo di ripetermi, devo iniziare a descrivere l' interpretazione di questa partitura insistendo ancora sulla stupefacente bellezza timbrica dell' orchestra. Un suono pastoso, morbido, assolutamente privo della benchè minima sbavatura e una capacità di escursione dinamica pressochè infinità. Pochissime volte il crescendo orchestrale che, a partire dai pizzicati iniziali degli archi, porta all' esposizione del tema principale del primo movimento, si è potuto ascoltare con una simile magistrale fusione di "accelerando" e "crescendo", un vero capolavoro di tecnica direttoriale, realizzato con una perfezione davvero sbalorditiva. Abbado legge Bruckner sottlineandone il senso dell' architettura e i legami con la grande tradizione classica, che nella Quinta Sinfonia sono ancora evidenziati principalmente attraverso numerosi passaggi di complessa scrittura contrappuntistica. La tensione interpretativa di questa lettura non conosce la minima pausa e l' esposizione è condotta con un fraseggio orchestrale ammirabile per chiarezza e lucidità. Per  il direttore milanese, il centro espressivo della Quinta si trova nell' Adagio, qui reso in una maniera davvero straordinaria e con una sottolineatura di particolari mai messi in mostra da nessuno in precedenza. Una tensione spasmodica e un senso infinito del canto, con squarci melodici che si aprono ad ogni battuta, sottolineati in maniera veramente magistrale, con l' orchestra che si piegava con stupenda docilità, come se fosse un unico strumento, alla visione del direttore.
Elegantissima la resa dello Scherzo, anche qui in un caleidoscopico gioco di tinte che variavano continuamente ad ogni esposizione del tema principale. Semplicemente straordinarie la tensione narrativa e la lucidità di esposizione messe in mostra da Abbado nel Finale, anche questo condotto con una ricercatezza coloristica e una capacità di graduare le tinte agogiche e dinamiche tali da coinvolgere completamente il pubblico. Un' esecuzione travolgente, di altissima ispirazione complessiva, che si colloca a buon diritto tra le interpretazioni di Bruckner più significative della storia. Applausi travolgenti, come era giusto, alla conclusione, per una serata che ha costituito davvero l' evento musicale dell' anno a Baden Baden.

Stepháne Deneve e la RSO Stuttgart

Con il nuovo Chefdirigent Stepháne Deneve sul podio, la Radio-Sinfonieorchester des SWR Stuttgart ha inaugurato la nuova stagione concertistica, la prima dopo l´addio di Sir Roger Norrington. Il nuovo direttore musicale eredita un complesso in eccellente stato di forma, fortemente rinnovato durante i tredici anni della gestione precedente e in grado di contare tra le sue file anche alcuni autentici nuovi talenti del concertismo internazionale, come la trentacinquenne violinista bulgara Mila Georgieva, un prodotto della Julliard School of Music e già solista affermata, che occupa il  leggio del violino di spalla da nove anni ed è stata la più giovane musicista nella storia dell´orchestra ad assumere il ruolo di Konzertmeister, e il venticinquenne clarinettista Sebastian Manz (non impegnato nell´organico di questa prima serata), allievo di Sabine Meyer e primo vincitore dopo 40 anni del prestigioso ARD Wettbewerb, il più importante concorso strumentale tedesco.
Stepháne Deneve, quarantaquattrenne nato a Turcoing, formatosi al Conservatoire de Paris e cresciuto come assistente di Georg Solti, Georges Pretre e Seiji Ozawa, ha conquistato una reputazione internazionale grazie al suo lavoro come Music Director della Royal Scottish National Orchestra, carica che ricopre dal settembre 2005 e che lo ha successivamente portato a ricevere inviti come direttore ospite dalle maggiori orchestre sinfoniche mondiali. Due anni fa fu chiamato a Stoccarda per sostituire Michel Plasson, ammalato, in un concerto della RSO Orchester. La sua interpretazione della Sinfonia N. 3 di Albert Roussel suscitò una fortissima impressione nel pubblico e nella critica. Tra l´orchestra e il direttore si venne a creare quello che il maestro francese in diverse interviste ha definito "Liebe auf den ersten Blick", e pochi mesi dopo il suo trionfale debutto, i musicisti del complesso scelsero Deneve come successore designato di Sir Roger Norrington.
Per la serata inaugurale alla Liederhalle, Stepháne Deneve ha scelto un programma comprendente il poema sinfonico "Ein Heldenleben" di Richard Strauss (partitura del 1898 dedicata a Willem Mengelberg e alla sua Concertgebouw Orchester), in omaggio alla grande tradizione sinfonica tedesca, seguti da un brano contemporaneo, il Concerto per violino del compositore finlandese Magnus Lindberg, e dalla seconda Suite del balletto "Daphnis et Chloè" di Maurice Ravel, come inizio del lavoro sul repertorio orchestrale francese che sarà una delle linee guida della sua programmazione, in questa e nelle prossime stagioni.
Già dalla prima esposizione del Thema des Helden, affidata a corni e celli e seguita dal bellissimo motivo lirico in si minore esposto da archi e fiati, si è potuta apprezzare la magnifica tavolozza timbrica della RSO Orchester. Un suono pieno, timbrato, ricco di armonici e sfumature, con quella speciale qualità sonora che contraddistingue le orchestre di alto rango. Eccellente il gioco virtuosistico dei fiati nel secondo tempo, seguito dal bellissimo assolo di violino che inizia la terza parte, "Des Helden Gefährtin", suonato in maniera davvero superba da Mila Georgieva.
Durante tutta l´esecuzione, Deneve ha ottenuto dall´orchestra una plasticità e flessibilità di fraseggio molto notevole, dimostrandosi perfettamente a suo agio nell´interpretazione, che è risultata assai logica e coerente. Il maestro francese ha un´ottima chiarezza d´attacco e di gesto e una grande energia espressiva, unita alla raffinatezza nella ricerca delle dinamiche.
La seconda parte è iniziata con il Concerto per violino di Magnus Lindberg, una partitura composta nel 2006 e dedicata alla giovane violinista Lisa Batiashvili, che lo ha suonato in prima esecuzione assoluta alla Avery Fisher Hall di New York il 22 agosto dello stesso anno.
Magnus Lindberg, nato nel 1958 a Helsinki, è uno dei più autorevoli esponenti della scuola compositiva finlandese, che ha avuto in Jean Sibelius il suo esponente più prestigioso e della quale oggi Lindberg, Jouni Kapainen, Kaija Sariaho ed Esa-Pekka Salonen sono le figure preminenti.
Allievo della rinomata Sibelius Akademie e poi perfezionatosi con Vinko Globokar, Franco Donatoni e Brian Ferney, il compositore finlandese, da due anni Composer in Residence della New York Philharmonic, appartiene alla scuola del postserialismo, tendenza artistica che si colloca oltre l´atonalità per portare avanti una ricerca sul timbro sonoro. In questo Concerto per violino gli effetti coloristici sono davvero affascinanti, con i temi che cambiano continuamente aspetto attraverso un gioco cromatico fatto di infinite rifrazioni prismatiche, a incorniciare una parte solistica assai impegnativa e ricca di passaggi virtuosistici estremamente complicati.
Un bellissimo lavoro, per nulla ostico o difficile all´ascolto, che la giovane violinista russo-tedesca Alina Pogostkina, una delle giovani soliste più apprezzate attualmente a livello internazionale, ha suonato in maniera tecnicamente ottima e con grande carica espressiva. Perfettamente adeguato l´accompagnamento orchestrale, nel sostegno e nel dialogo con il violino solista. Caldissimi applausi hanno salutato gli esecutori e l´autore, presente in sala.
Nella seconda Suite raveliana da "Daphnis et Chloè", Stepháne Deneve ha messo in mostra, come ci si aspettava, la sua profonda affinità stilistica e padronanza espressiva del repertorio novecentesco francese. Una lettura ricca di passione, di colori vividi e di fervore, culminata in una travolgente esecuzione della conclusiva Danse générale, che ha strappato un´autentica ovazione al pubblico.